In risposta all'articolo pubblicato su tusciaweb:
Gentilissimo e ignaro collega,
mi accingo a risponderti dopo essere stato sollecitato da
moltissime persone le quali, conoscendomi, sanno bene che è sempre stato mio
costume esprimere la mia personale opinione e, perché no, all’occorrenza
polemizzare in merito a vicende che riguardino l’architettura e l’urbanistica
della nostra città, nella ferma convinzione che un dibattito aperto e leale sia
sempre costruttivo.
Quindi, proprio perché sono
abituato ad essere leale , vorrei ti fosse chiaro in primo luogo come, non
avendo mai avuto interessi da difendere, io non abbia mai operato distinzioni,
come tu hai affermato con notevole leggerezza, tra il cemento ‘buono’ degli
amici e quello ‘cattivo’ degli altri.
Da uomo libero e da architetto
quale sono, l’unica distinzione che mi sento in grado di effettuare in questo
senso è quella tra buona e cattiva architettura. E scusa se è poco.
A questo proposito ti faccio
presente che la ‘lettura’ di un progetto
si presta a diverse interpretazioni, e non è detto che quella giusta sia
proprio la tua…: nel caso dell’Arcionello, per me, come per le associazioni
ambientaliste e i ‘liberi pensatori’ impegnati a tutela dell’area, quella che
tu definisci “un’ipotesi di sviluppo sostenibile” (riferendoti, spero, alla
successiva e notevolmente ridimensionata versione del piano), si sarebbe
concretizzata nella distruzione dell’unico tratto dell’Urcionio rimasto
incontaminato.
Rammenterai che il “fosso da
risanare” (secondo il termine squisitamente coniato dall’allora assessore
all’urbanistica Fracassini), già soggetto a vincolo di tutela ai sensi delle
leggi 1497/39 e 431/85 e successivamente dal Codice dei beni culturali, era
incluso in un programma integrato di intervento che prevedeva 154.000 metri
cubi di edificato (cemento buono, devo supporre?) su 24 ettari di superficie da
via Genova al fosso Luparo.
Il piano fu discusso nella seduta
consiliare del 17 luglio 2003 insieme a quello di s. Lazzaro e
all’individuazione delle nuove zone PEEP di s. Barbara, ponte dell’Elce e
Acquabianca: queste ultime sono tuttora oggetto di dure critiche e di dissensi
sia da parte degli operatori che delle associazioni di categoria.
Ti
consiglio di leggere con la dovuta attenzione tutti i numerosi articoli su questi e
su altri temi attinenti la gestione del nostro territorio scritti dal consiglio
dell’Ordine, e le relative risposte fornite dagli interlocutori di turno.
Mi chiedi dove fossi quando
venivano perpetrati certi scempi.
Ti ricordo che dal 2000 al 2009
il mio personale impegno come presidente dell’Ordine degli Architetti, e quello
del Consiglio che mi ha affiancato, è stato anche quello di effettuare un
monitoraggio attivo delle iniziative in atto sul territorio, schierandomi contro
le scelte scellerate dell’amministrazione, contro operazioni ritenute non
corrette, contro l’urbanistica attuata per episodi in assenza di uno strumento
di indirizzo pianificatorio aggiornato ed efficace.
Mi sono impegnato in prima
persona e con me molti colleghi: con alcuni di loro ho condiviso battaglie, con
altri mi sono confrontato duramente. Tu non eri né tra gli uni, né tra gli
altri. Forse è questa la ragione della tua memoria labile.
Non credo di dover aggiungere
molto altro. Del resto, come è evidente, le tue argomentazioni sono scarsine:
una maggiore onestà intellettuale avrebbe tanto giovato sia ai contenuti che
allo stile.
Un’ultima, doverosa
considerazione in merito alla tua lunga frequentazione con la bellezza:
sfortunatamente, la poca dimestichezza che ho con l’ambito specialistico delle
tue pubblicazioni non mi consente di esprimermi.Ti invito in compenso a
visitare il mio sito web…
Cordialmente,
Daniele
Cario
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